Atene e Gerusalemme, una proposta di incontro.   

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Atene e Gerusalemme, una proposta di incontro reciproco.

 

 

La possibilità di armonizzare la fede con la scienza del suo tempo e di mantenere aperta una relazione positiva fra entrambe è la prima grande costante nelle pagine dell’autore. Con tutte le riserve a proposito dei conciliatori equivoci, Poveda risolve la vecchia questione proposta da Tertulliano in termini positivi. Questi temeva che concedendo troppo spazio alla filosofia pagana, i cristiani introducessero nella fede elementi incompatibili con essa.

 

L’autore si mostra convinto che l’incontro fra Atene e Gerusalemme non solo era possibile, ma arricchente a vicenda. Una delle migliori conoscitrici del pensiero di Poveda (nota: A. Galino nel Prologo a Le Accademie) scrive a questo proposito: "Assumere, partendo da un cristianesimo esigente, l’incorporazione della modernità; rendere feconde le relazioni fra la fede cristiana e questa realtà che chiamiamo mondo moderno" fu una delle chiavi della vocazione di Pedro Poveda.

 

Nella recente inaugurazione della "Cattedra Pedro Poveda" dell’Università Pontificia di Salamanca, si sottolinea pure come uno dei capitoli più significativi dell’apporto di Pedro Poveda al suo tempo storico fu precisamente il suo contributo al dialogo fra fede e scienza, alla compatibilità fra il credere e il sapere.

 

D’altra parte, lasciando stare il dibattito dialettico, l’interesse dell’autore verrà a centrarsi nel formare persone, uomini e donne capaci di vivere questa sintesi. La sua grande scommessa fu quella di formare persone che incarnassero la fede e la cultura come testimonianza vitale nella società.

 

Orbene, nell’intricata complessità di confronti molteplici a cui abbiamo accennato nelle pagine precedenti, si poteva realmente parlare di ponti? Bisognerà forse tener presente il temperamento dell’autore, propenso sempre alla concordanza di ciò che è apparentemente contrario, compaginato – questo senz’altro – con la sua incrollabile adesione alla dottrina della Chiesa? Dovremo considerare il suo atteggiamento immerso nella tradizione propria del cristianesimo che, come è stato sottolineato recentemente, tendeva e tende alla formula mai l’uno senza l’altro? Perché, sebbene l’impostazione delle relazioni fede-scienza oggi sia un’altra, il tema continua ad esserci. Che la fede e la scienza siano ambiti autonomi – come ha riconosciuto il Vaticano II – non vuol dire che il dibattito sulle loro relazioni sia terminato, come osservano i commentatori contemporanei e come abbiamo visto recentemente in occasione della discussione sulle radici cristiane della cultura europea.

 

Supposto tutto questo, è d’obbligo da parte nostra, interrogarci sulle possibili fonti e le circostanze immediate che indussero Poveda a mantenere nei suoi scritti come priorità la tesi che il cattolicesimo e la modernità potevano e dovevano stabilire relazioni di buona comprensione.

 

Un primo fattore motivante fu senza dubbio il passato storico immediato e l’atmosfera vissuta dall’autore. La polemica su ragione e fede nella Spagna, dagli ultimi anni del secolo XIX ai primi del XX, è stata presente in discorsi, conferenze, pubblicazioni e articoli giornalistici delle figure più significative, dalla fine del secolo fino al XX inoltrato, soprattutto in occasione della traduzione di opere straniere – come quella celebre di Draper, Conflitti fra la religione e la scienza – e delle risposte a cui diedero luogo le opere straniere, come il curioso Certamen aperto nell’Accademia di Scienze Morali e Politiche che enunciò il suo pensiero in termini precisamente contrari al titolo di quell’autore: Armonia fra la scienza e la fede.

 

Presero parte in un modo o nell’altro al dibattito generale sulla questione, figure socialmente tanto significative come Fra’ Tomàs de la Camara, Alejandro Pidal, Damian Isern, o il Marqués de Vadillo; uomini della controversia filosofica come Ceferino Gonzàlez, l’ateneista Miguel Sànchez, José Mendive, Juàn José Urraburu o il P. Arnàiz. Anche le figure dell’Accademia Cattolica Universitaria, come Enrique Reig, Eduardo Hinojosa o fra’ Albino Menéndez Reigada.

 

I vescovi, dai loro scanni di senatori e con la loro penna, difesero le loro convinzioni sulla questione, così i cardinali Sancha e Aguirre; il vescovo di Jaca Antolìn Lòpez Pelàez, quello di Vich Torrras i Bages; o l’arcivescovo di Siviglia, Spìnola.

 

Ha singolare importanza, per sentire il polso dei termini della polemica, fare una ricerca nelle sezioni di cultura di giornali e riviste come "La Uniòn Catòlica", "El Fénix", "El universo", "La Ciencia Cristiana" o "El Debate". E soprattutto "Razòn y Fe", che dal 1901 pubblicò instancabilmente articoli sul fenomeno della secolarizzazione. Il P. Ruiz Amado si fece campione della contesa nel campo dell’insegnamento, insieme con J.M. Aicardo, Garcìa Ocaña e Pablo Villada, fra altri.

 

Le basi dottrinali della risposta cattolica ai problemi ideologici relativi al secolarismo furono presenti ugualmente nei congressi cattolici che furono celebrati dal 1889 al 1902, a Madrid, Saragozza, Siviglia, Tarragona e Santiago di Compostela.

Poveda fu immerso in questa atmosfera polemica fin dai suoi anni di seminarista e di professore del seminario di Guadix. Scrive l’autore: "Quando da ragazzo ero nel seminario ci riunivamo in gruppo, noi che non parlavamo d’altro che di studi. Allora ho conosciuto più libri, più cose, ho preso più appunti ed ho studiato di più che in tutto il resto della mia vita".

 

La stessa nota di interesse dell’autore per libri e riviste si registra durante il periodo di vita trascorso a Covadonga, durante il quale egli confessa che fu "molto bene informato" sui problemi del movimento secolarista nella Spagna e delle controversie che trasse con sè.

 

Se si leggono con attenzione gli scritti di Poveda durante la sua dimora a Covadonga, si può seguire in essi frammenti del contesto inespresso che li informa: la necessità di affermare la fede e confessarla; la coerenza fra la fede e la vita; l’annotazione sui falsi antagonismi, ogni anticipo di documenti posteriori sul tema ragione e fede, sebbene ancora abbozzato.

 

Fonti prossime furono senza dubbio i documenti papali, riflesso del dibattito aperto ugualmente nella società religiosa. La grande preoccupazione che invadeva l’atmosfera ecclesiastica è presente nelle Encicliche di Leone XIII: Aeterni Patris Filius, Inmortale Dei, Sapientiae christianae, e soprattutto nella Pascendi Dominici gregis sul Modernismo, di Pio X.

 

Il modernismo, come si sa, ovviava al problema delle relazioni fra ragione e fede mediante la distinzione radicale che stabiliva fra entrambe. Non c’era possibilità di opposizione, dato che restava in piedi, in qualche modo, un criterio di doppia verità. E’ risaputa la poca o nulla influenza che ebbe il modernismo nella Spagna, nonostante un autore contemporaneo (A.Botti, in La Spagna e la crisi modernista – Morcelliana, Brescia) trovi una relazione fra il modernismo e il riformismo religioso dei krausisti spagnoli, degli uomini della Instituciòn Libre e di alcune figure rilevanti della letteratura spagnola come Galdòs, Clarìn o Unamuno. Si tenga in conto, come annota E. Poulat, che il modernismo è un movimento che non è possibile abbracciare totalmente, per la sua complessità dottrinale e l’imprecisione delle sue frontiere, per cui si possono includere in esso o escluderne individui e gruppi, senza alcun problema.

Nonostante ciò, la tesi di Botti è interessante, in quanto Pedro Poveda poté intuire un "qualcosa" di modernismo nei membri della Instituciòn Libre con i quali mantenne contatti. In ogni modo, nei documenti di Poveda, il modernismo appare citato soltanto di passaggio, nel 1914 e nel 1930. In quest’ultima data Poveda commenta, a proposito del dualismo creato fra "la personalità scientifica e la personalità religiosa": "cose del modernismo".

 

Non bisogna dimenticare che, oltre alle encicliche papali, i Bollettini ufficiali degli Episcopati costituivano una buona fonte di informazione. In essi si pubblicavano documenti delle gerarchie ecclesiastiche spagnole, in cui si toccavano i temi scottanti del momento. Come il laicismo di stato del cardinale primate Guisasola o la pastorale sulle scuole laiche e il laicismo nell’insegnamento, di J.M. Salvador y Barrera.

 

D’altra parte contano anche i contatti umani di Poveda durante gli anni dal 1906 al 1911. Tutte le persone che arrivavano al Santuario dai diversi punti della penisola – sacerdoti, canonici, professori – e quelle altre con cui ebbe relazione nell’università di Oviedo, gli porsero ampiamente dati sulle questioni polemiche del momento. Fra tutti questi contatti risaltano quelli che mantenne con persone della Instituciòn Libre de Enseñanza e vicine ad essa, che gli diedero l’occasione di seguire i progetti secolarizzatori propiziati dalla Instituciòn Libre.

 

Il piano di una Instituciòn Catòlica de Enseñanza redatto da Poveda nell’anno 1911 ha nel sottofondo tutto un mondo complesso di esperienze e riflessioni che provengono da queste fonti e dalla percezione dell’autore stesso su come si stava impiantando la secolarizzazione nella società spagnola.

 

Lo stesso può dirsi delle sue preci del 1912 in cui chiedeva a Dio che liberasse la Spagna dalle "perniciose e ormai sconfitte dottrine, frutti legittimi del razionalismo" che tentavano di imporsi sotto il pretesto della cultura negli ambiti intellettuali del paese.

 

Infine, come ha scritto Timothy Radcliffe, la ricerca della verità – cosa indubitabile nel Poveda – ci porta inevitabilmente alla questione della relazione fra fede e ragione, "Dio assume tutto quello che è umano, tutto quello che siamo, come il nostro senso della bellezza, la nostra capacità di amare e così pure la nostra abilità di pensare (…) dovremmo fare uso di essa".

 

Il primo testo esplicito dell’autore su fede-scienza e l’integrazione del credere e del sapere corrisponde al 1919. In quest’anno scrive Juntad a vuestra fe virtud, y a la virtud, ciencia, rifacendosi alla seconda lettera di Pietro. Il testo è diretto alle professoresse che facevano lezione nella Normale di Jaén. In esso si sofferma a sottolineare l’importanza di coltivare la scienza, di assumere fede e scienza vitalmente, come testimonianza, e di formare in questo spirito le generazioni future.

 

Il documento risponde a determinate domande che gli erano state poste sulla questione. L’autore argomenta che la dottrina di San Pietro su questo punto aveva per lui una forza di attrazione personale perché era il santo di cui egli portava il nome, ma anche – aggiunge – "per altre ragioni ", possibile tacita allusione all’interesse che il tema aveva assunto per lui a quel tempo, e senza dubbio alla nuova percezione che egli aveva del problema nel 1919.

 

Si ricordi come nel 1919 Poveda si era visto esposto a Jaén agli attacchi di intellettuali come Zulueta o Esbrì e come precisamente in questa data disegna lo scudo della sua Istituzione, approvata due anni prima nella diocesi di Jaén, mettendo, nello scudo, come lemma Deus scientiarum Dominus est: "Al lato del grande mistero della fede, - spiega – c’è la parte dove si simboleggia la scienza".

 

Nello stesso anno 1919, l’autore, in un altro documento che segue il precedente Finché Cristo sia formato in voi si domanda: Perché vogliono desacralizzare il mondo? Non ci sarà sotto qualche mistero? Sarà per le tergiversazioni che introduciamo nella dottrina cristiana? Abbiamo la tendenza a "vedere solamente ingiustizia nella censura del nostro cristianesimo, mentre siamo noi i colpevoli e i rimproveri dell’umanità sono rivendicazioni della giustizia". Documento importante, se si tiene conto che per l’autore il cristianesimo adulterato che egli accusa potrebbe essere alla base degli atteggiamenti di rottura fra la vita, la cultura e la fede: "Non dubitate – afferma – la dottrina di Cristo, professata con fede viva e praticata con abnegazione si impone con forza irresistibile".

 

Dovremmo tenere in conto anche che a partire dal 1915 Poveda fu nominato professore di religione nelle Scuole Normali di Jaén, cosa che probabilmente lo obbligò a concentrarsi in modo speciale sul tema fede – scienza. "A partire dalla fondazione delle Accademie e del suo incarico di Professore di religione nelle Normali maschili e femminili di Jaén, la questione delle relazioni fede-cultura entra nella sua biblioteca", afferma una studiosa delle letture di Pedro Poveda (Ana M. Lopez Diaz-Otazu. Questa autrice afferma però che la biblioteca di Pedro Poveda fu molto rovinata e depauperata a causa degli avvenimenti politici del 1936).

 

Interlocutori dell’autore, che poterono influire nel suo modo di affrontare i problemi intellettuali del momento furono Enrique Pla y Deniel, Vescovo di Avila, la cui amicizia con l’autore cominciò nel 1919 e D. Antonio Garcìa y Garcìa, vicario della diocesi di Avila in quel periodo, un altro dei grandi amici e consiglieri di Poveda. Pla y Deniel fece un intervento nell’Assemblea della Obra povedana celebrata ad Avila nel 1920, in cui affrontò precisamente il confronto della cultura laica con la Chiesa. D. Antonio Garcìa, uomo di grande intelligenza e preparazione, parlò a sua volta nella citata Assemblea sul modernismo.

 

Però a nostro giudizio, le relazioni con D.Juan Zaragüeta, che era stato borsista nell’Università di Lovanio, e negli anni venti fu compagno di Poveda nella cappellania reale, risultano specialmente significative. Entrambi, secondo Josefa Segovia, si intrattenevano in lunghe conversazioni sui problemi intellettuali più scottanti del momento. Nella biblioteca di Poveda si trova precisamente una pubblicazione di Zaragüeta dedicata al nostro autore sul Cardinale Mercier, come si sa gran propulsore del movimento culturale e scientifico dei cattolici, dalla sua cattedra di Filosofia Tomista nell’università di Lovanio.

 

D’altra parte, l’influenza di Mercier giunse alla Spagna, come tutti sappiamo, attraverso le opere di Fra Ceferino Gonzàlez, il più famoso fra quelli che introdussero il movimento neotomista nel paese. La pastorale di Fra Ceferino sull’enciclica Aeterni Patris Filius di Leone XIII e la pubblicazione di La Bibbia e la scienza contribuirono a preparare l’ambiente per l’accettazione della scuola di Mercier nella Spagna.

 

A partire dal documento del 1919 che stiamo commentando, i testi dell’autore su fede e scienza, scienza e religione, spirito e cultura, cultura ed evangelizzazione, si succedono fino al 1936. Si può quasi dire che ogni anno o ogni due anni, l’autore ritorna sul tema, alcune volte in modo più esplicito del solito.

 

Fra i documenti in cui l’autore nega la maggiore, selezioniamo uno dei più energici:

"…dato che viviamo in quest’epoca di confusione di idee e di falsità di ogni genere, passiamo sopra senza protestare al fatto che si attacchi tutto ciò che è oggetto della nostra fede e che si argomenti contro la nostra stessa fede in nome della scienza e si presenti la Chiesa come nemica della scienza e che si stabilisca un dualismo dentro la personalità stessa (cose del modernismo) - la personalità religiosa e la personalità scientifica -; tutto questo è assurdo, eretico, falso con ogni falsità, impostura gratuita di quelli che hanno paura della vera scienza e ostentano la falsa scienza per sedurre gli incauti" (anno 1930).

E continua affermando che la fede non si oppone alla ragione; che la ricerca scientifica non presenta rischi per quelli che possiedono a fondo una cultura religiosa, e che la prova più eloquente di quello che afferma la offrono le persone che sanno unire nel loro lavoro o professione la cultura e la fede. Mettere in conflitto la religione e la scienza è settarismo.

L’incontro reciproco fra fede e scienza, di fronte alle riserve e ai sospetti di un settore eccessivamente cauto viene affermato negli scritti povedani in modo deciso:

"Nel nostro programma, dopo la fede, o meglio, con la fede, mettiamo la scienza. Siamo figli del Dio delle scienze, di cui la Sacra Scrittura dice: "Deus Scientiarum Dominus est" (…). Così come vi dicevo l’altro giorno (…): non dite mai basta con la fede (…) così oggi vi dico: desiderate la scienza, cercate la scienza, acquistate la scienza, lavorate per conseguirla e non vi stancate mai, non dite mai: basta con la scienza" (1930).

Bisognava andare in cerca della scienza, dei libri, dei maestri, delle biblioteche, della ricerca in tutti gli ordini, in una parola di quanto rappresentasse cultura. Voltare le spalle alla scienza, alla vita culturale, costituiva un errore - la necessità dei tempi esigeva precisamente ben altro -, afferma l’autore. Si esigeva una cultura seria, profonda, cominciando con la cultura religiosa, la cui mancanza nella Spagna sembrava al Poveda deplorevole, non solo per il prestigio individuale dei cattolici, ma per la religione stessa.

 

Dal 1931 al 1936, i consigli, le affermazioni, i suggerimenti, si succedono via via con maggior forza. Fra gli altri documenti, più o meno articolati con quelli che abbiamo citato finora, Poveda introduce, come terra dove si deve radicare il sapere, la necessità della prudenza, dell’umiltà, della carità.

 

Dal testo di Maria Dolores Gomez Molleda

"Pedro Poveda. OBRAS I Creì por esto hablé", Estudio introductivo. 

Narcea S.A. de Ediciones, 2005

 

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