Possiamo
dire che vivere nella speranza è vivere in un continuo pellegrinaggio.
Infatti Gesù ci ha affidato una missione prima di salire in cielo: «mi
sarete testimoni... fino agli estremi confini della terra».
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E’
vero che la preghiera può essere una fuga dal mondo. Ma è questa la
preghiera cristiana? Nella Scrittura non si dice molto sulla preghiera
di Gesù, ma sappiamo che si mette in disparte per pregare e che nella
preghiera trova la forza per compiere la missione che il Padre gli ha
affidato. La preghiera cristiana è aprire tutti i nostri sensi al
progetto di Dio. Questo trasforma il nostro modo di vivere, di essere
presenti nel mondo oggi.
Vivere
così è possibile perché la nostra fiducia riposa nel Signore. Il Dio
della terra promessa, il Dio dell’alleanza, il Dio della risurrezione,
il Dio che «quando le cose verranno ricreate nella loro verità
"troverà dimora" in mezzo agli uomini», questo Dio viene
incontro agli uomini per presentare nuovi orizzonti nella storia. Tutta
la esperienza quotidiana vive di questa attesa, è proiettarsi verso il
Regno di Dio che viene e che è presente. E’ questa la fede che ci
rende capaci di futuro e fa che il cristiano sia un appassionato per la
vita.
E’
interessante notare come la speranza cristiana, che guarda verso il
futuro, è profondamente radicata nel presente, ed è possibile perché
fa memoria del passato: è fondata sulla memoria dell’incarnazione,
morte e risurrezione di Cristo. Sarà la certezza della risurrezione che
ci farà vedere le possibilità di vita quando tutto ciò che ci
circonda parla di morte.
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Spesso
si parla di una crisi di fede nel nostro tempo, tuttavia penso che oggi
possiamo parlare di una crisi di speranza, che significa una assenza di
prospettiva di futuro. Non siamo disperati, ma si poveri nella speranza:
si tratta di una crisi del contenuto della speranza che ci porta a
pensare un futuro per tutti.
Come
dare oggi ragione della nostra speranza? Senza dubbio è una sfida.
Significa riconoscere nei segni di morte che ci circondano, la vittoria
della vita.
La
nostra epoca, da molti chiamata post-modernità, si caratterizza dalla
frammentazione e dalla perdita di senso. Questo toglie il desiderio di
combattere per una causa alta, si manifesta in una mancata passione per
la verità. Ma il cristiano deve avere una passione per la Verità, deve
amare la Verità. Questo significa avere lo sguardo rivolto verso il
compimento della Promessa di Dio, verso Cristo morto e risorto per noi.
Da
dove viene oggi il dovere di non disperare?
Come
cercare il senso?
Mi
limito a indicare alcune piste:
Per
vivere la speranza dobbiamo far memoria e vivere con questa memoria
della nostra storia: non dimenticare le vittime, le storie di
sofferenza. Far memoria ci porta a guardare il passato e a guardare
verso il futuro. Questo è necessario per vivere la vita come un
progetto: cioè come qualcosa che ha senso e che non è definitivo.
Cancellare
il tempo, la storia passata o il futuro, porta a disperare, a vivere il
presente come il momento definitivo e ultimo. Guardare la storia ci
porta a vedere che il fondamento della speranza non possiamo trovarlo
nella storia, quindi questa deve essere fondata teologicamente, cioè,
in Dio. E' in Dio che troviamo il vero futuro umano: il Dio della
redenzione, della risurrezione, della vita. E' questa la logica dell'
incarnazione, del Dio che ha assunto la storia umana fino a tal punto
che ha lasciato la sua condizione divina per assumere la nostra
condizione.
Questo
non ci porta a far sparire le tensioni. Ma ci dà la possibilità di
camminare, anche zoppicando, ma sappiamo che c'è qualcuno che non ci
lascia : mai soli, di chi possiamo fidarci.
Ovviamente
questo non significa ignorare il dolore, la sofferenza, il male... Dio
nemmeno lo ha negato. Gesù non ha vissuto come se non ci fosse.
Ma
la sua risposta al male e alla sofferenza, uscendo da ogni logica umana,
è stata l’essere presente: io sono con te.
Qui
di nuovo troviamo l’apparente contraddizione della speranza: la
certezza della salvezza, della vita futura, ci porta a vivere
intensamente il presente trovando la speranza nelle situazioni dove
sembra non ci sia possibile.
Negli
ultimi anni frequentemente si è ricordata una frase di un famoso
teologo, K. Rahner, sul cristiano del futuro: «Si può dire che il
cristiano del futuro o sarà un mistico, cioè, una persona che ha
esperimentato qualcosa, o non sarà cristiano. Perché la spiritualità
del futuro non poggerà su una convinzione unanime, evidente e pubblica,
né in un ambiente religioso generalizzato, già esistenti prima della
decisione personale», cioè, il cristiano di oggi dovrà essere un
mistico perché non ha un contesto sociale che aiuta la nostra scelta
per Cristo.
Se
è così non possiamo trascurare il fatto che la mistica del cristiano
si vive nella vita quotidiana; è una dimensione profonda della vita
quotidiana dove si scopre l’azione dello Spirito. Per questo è
necessario aver cura, coccolare, la vita quotidiana. Questo è
essenziale perché è lì che si mettono in gioco i valori, dove si
accolgono le sfide, dove dobbiamo dare delle risposte; dove si scoprono
i desideri profondi e dove nascono altri desideri. Il mistico è colui
che sa contemplare - Dio e il mondo in lui - e agire a partire da questa
contemplazione. E’ la persona che non perde la capacità di
meravigliarsi, di sorprendersi: Dio si manifesta dove meno lo aspettiamo
e in forme sempre nuove. E’ la persona che sa vivere la novità dell’incontro
con l’amato perché si sa e si vive amata.
Per
concludere vorrei ricordare ciò che il Vaticano II, parlando della
responsabilità dei cristiani nel mondo, propone per poter costruire un
futuro pieno di senso: «Legittimamente
si può pensare che il futuro dell'umanità sia riposto nelle mani di
coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni
di vita e di speranza»
E’
questo ciò che canta Maria nel Magnificat, dove quello che presenta non
è un mondo dove i ricchi saranno poveri e i poveri ricchi, ma un mondo
dove l’ordine è modificato perché la salvezza di Dio è presente.