Terza
tappa: dalla morte del Padre Poveda, martire per la fede, alla
prosecuzione dell’Opera iniziata da lui. Le difficoltà del periodo
storico attraversato dalla Spagna (la guerra civile) e poi dal mondo
intero (la seconda guerra mondiale) sono pesantissime, ma a Josefa non
vengono meno la fede e il coraggio. L’Opera, l’Istituzione
Teresiana, fiorisce e conosce un’espansione su scala mondiale, non
ancora sperimentata.
La
relatrice presenta l’ambiente che ha circondato Josefa nei suoi primi
anni di vita: nasce il 10 ottobre 1891 in una famiglia onesta, credente
ma non praticante, in una cittadina non importante dell’Andalusia:
Jaén. Qui viene battezzata e trascorre l’infanzia. Una infanzia
serena, simile a quella di tante bimbe dell’epoca, nate a fine ‘800.
Eppure quel sacramento del Battesimo, di cui lei celebrerà sempre la
data, ha racchiuso in sé il seme di una fede che diverrà sempre più
forte e luminosa: una fede eccezionale.
A
Jaén riceve l’istruzione elementare dimostrando già in quel primo
approccio allo studio un’intelligenza molto viva. Le suore, le
"Serve di Maria", notano questa loro allieva, sia per l’insieme
di doti di quel suo temperamento vivo, sia per la sua predisposizione a
continuare a coltivarsi in scuole superiori, che nella sua città non ci
sono. I genitori decidono di farla studiare a Granada, ospite degli zii,
nella Scuola Normale. Mentre si applica allo studio e dà una mano nella
vita di casa, fa anche l’esperienza dell’amore di un bravo studente
di medicina e lo frequenta un poco. Gradualmente la relazione si
approfondisce e i due giovani si orientano con serietà verso un futuro
matrimonio.
Gli
studi di Josefa proseguono a Madrid, nella Scuola Superiore di
Magistero: una delle poche donne che in quell’inizio di secolo
intraprendevano studi superiori. Anche qui è ospite di parenti, è fra
gli allievi più brillanti, divide il suo tempo fra lo studio, la
presenza in casa e le visite del fidanzato. Bisogna dire che questo
Istituto di Madrid era considerato molto serio e all’avanguardia come
metodi educativi; in realtà era però laicista e mirava a cancellare la
fede nei suoi studenti. Josefa ne esce con un’ottima preparazione e
con la sua fede intatta. Ha poco più di 22 anni quando rientra a Jaén,
ormai pronta ad esercitare la professione.
Ma
qui avviene una svolta imprevista della sua vita: è la seconda fase.
Incontra un sacerdote eccezionale, divorato da un ideale. Sta operando
in vari modi nel campo della cultura e dell’educazione, persuaso che
per questa strada si potrà elevare, salvare, evangelizzare il popolo.
Adesso, tornato da poco nella sua nativa Andalusia, ha aperto un‘Accademia
per la preparazione di futuri insegnanti anche lì a Jaén e ne offre la
direzione a Josefa. Lei accetta e mette a disposizione di questa
nascente opera tutta la sua grazia e la sua preparazione. L’ambiente
che si crea nell’Accademia è molto bello: studio, sperimentazione, ma
anche gioia, freschezza, espansione, spirito di famiglia e di fede.
Questi sono i pilastri della pedagogia di San Pedro Poveda. Sembra del
tutto congeniale a Josefa. A poco a poco l’orientamento dalla sua vita
si modifica: ha incontrato quell’Amore che chiede una risposta di
amore incondizionato. Risponde, abbandonando progetti di matrimonio e
donandosi con un "fiat" definitivo ai piani di Dio su di lei.
Gli
anni 1915 e 16 sono densi di avvenimenti: Josefa esercita la professione
di ispettrice per l’istruzione di base in tutta la provincia e si fa
conoscere in molti ambienti. E’ apprezzata, anche amata dalle maestre,
che non si sentono mai giudicate da lei, ma sempre incoraggiate con
simpatia, aiutate, spinte verso altri traguardi. Il centro della sua
attenzione è la persona, quella dei maestri e quella degli allievi.
Sono state raccolte varie testimonianze della sua professionalità, del
suo esempio, della sua carica di amore e di fede.
D’altra
parte, vi è un impegno che urge sempre di più: è l’Opera del Poveda,
che si sviluppa, si consolida, richiede da lei una dedicazione sempre
più assorbente. Josefa deve scegliere e decide di dare le dimissioni
dal suo posto di Ispettrice. Gli avvenimenti incalzano, il Fondatore le
affida sempre nuove responsabilità. Stila gli Statuti dell’Istituzione
Teresiana, che ricevono un’approvazione diocesana nel 1917. Mira ad un’approvazione
pontificia e nel 24 la ottiene: non sarà lui a recarsi a Roma per
questo passo di così grande importanza, ma vi manderà Josefa, insieme
ad altre due compagne.
Poco
prima di quella data Padre Poveda, in occasione del compleanno di lei,
le scrive una lettera di grande importanza, in cui traccia il suo
profilo spirituale e termina dicendo: "Dichiaro che in te è
incarnato lo spirito dell’Istituzione Teresiana".
Nel
33 è di nuovo a Roma: intreccia conoscenze, pone le basi della
fondazione che avverrà l’anno seguente, visita luoghi cristiani e
luoghi di grande interesse culturale. Dimostra un dinamismo e una
vitalità eccezionali; riesce ad essere immersa nella realtà esterna,
senza pregiudizio della sua profonda vita interiore, della sua
serenità, della sua pace. E’ la sua forte, grandissima fede,
luminosa, diceva lei. Neppure la sua salute fragile la rallentava, nè
la spaventava.
Gli
anni passano, la guerra civile fa stragi. Padre Poveda è a Madrid, dove
ormai ci sono centri fiorenti. E’ in pericolo, ma non vuole lasciare
sole le persone che sono con lui, esposte allo stesso pericolo, anzi le
guida a vivere quei momenti conservando non solo la loro fede, ma anche
l’amore cristiano per tutti, per i nemici, come insegna Gesù. Josefa
invece è nel nord, fuori della zona pericolosa. E’ priva di notizie.
La notizia dell’uccisione del Padre le arriva con un mese di ritardo.
E
questo è l’inizio della terza fase della sua vita. Nel dolore più
profondo, ma nella luce della fede, col coraggio che Dio le infonde,
raccoglie alcune compagne e insieme decidono, in mezzo a quelle rovine
orribili della guerra: "Continueremo l’Opera". Josefa sa che
tocca a lei e che nessuno prenderà il posto del Fondatore. Preghiera,
santità, fede, coraggio, fiducia, azione. E l’Istituzione rifiorisce.
Finita la guerra, si verifica un’espansione rapida e un nuovo
approfondimento del pensiero del Fondatore.
La
salute della Segovia diventa sempre più precaria. Si impone un’operazione
chirurgica: non è sicuro che la sopporti, ma non è possibile evitarla.
Fa in tempo a fare la sua testimonianza al processo di canonizzazione
del Fondatore, poi decide la data dell’intervento: sarà il 25 marzo,
giorno dell’Annunciazione di Maria e dell’Incarnazione del Verbo in
lei. Con loro lei pronuncerà il suo sì. Scrive un suo semplicissimo e
sublime testamento, sistema ogni cosa, traccia sul foglietto del
calendario che porta la data di quel giorno, in grande, una sola parola:
Fiat.
Pochi
giorni dopo l’intervento muore per un’embolia. E’ il 29 marzo
1957.
Maria
Cimino