Josefa Segovia, una laica credente   

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Josefa Segovia: Una laica credente

Roma, 25 marzo 2007.

Con l’intervento della Prof. Daniela Corinaldesi, su "Josefa Segovia, una laica credente" si completa il ciclo sul tema della laicità, organizzato dall’Istituzione Teresiana nella sala multimediale della Villa Ximenes.

 

La Prof. Corinaldesi sceglie di presentare la figura di Josefa Segovia raccontandone la vita, che può essere divisa in tre fasi:

 

Prima tappa: "Seguendo una stella": dalla fanciullezza alla decisione dell’orientamento della sua vita.

Seconda tappa: il "fiat": il suo modo di vivere si consolida nella collaborazione con San Pedro Poveda.

Prof. Daniela Corinaldesi

Terza tappa: dalla morte del Padre Poveda, martire per la fede, alla prosecuzione dell’Opera iniziata da lui. Le difficoltà del periodo storico attraversato dalla Spagna (la guerra civile) e poi dal mondo intero (la seconda guerra mondiale) sono pesantissime, ma a Josefa non vengono meno la fede e il coraggio. L’Opera, l’Istituzione Teresiana, fiorisce e conosce un’espansione su scala mondiale, non ancora sperimentata.

 

La relatrice presenta l’ambiente che ha circondato Josefa nei suoi primi anni di vita: nasce il 10 ottobre 1891 in una famiglia onesta, credente ma non praticante, in una cittadina non importante dell’Andalusia: Jaén. Qui viene battezzata e trascorre l’infanzia. Una infanzia serena, simile a quella di tante bimbe dell’epoca, nate a fine ‘800. Eppure quel sacramento del Battesimo, di cui lei celebrerà sempre la data, ha racchiuso in sé il seme di una fede che diverrà sempre più forte e luminosa: una fede eccezionale.

A Jaén riceve l’istruzione elementare dimostrando già in quel primo approccio allo studio un’intelligenza molto viva. Le suore, le "Serve di Maria", notano questa loro allieva, sia per l’insieme di doti di quel suo temperamento vivo, sia per la sua predisposizione a continuare a coltivarsi in scuole superiori, che nella sua città non ci sono. I genitori decidono di farla studiare a Granada, ospite degli zii, nella Scuola Normale. Mentre si applica allo studio e dà una mano nella vita di casa, fa anche l’esperienza dell’amore di un bravo studente di medicina e lo frequenta un poco. Gradualmente la relazione si approfondisce e i due giovani si orientano con serietà verso un futuro matrimonio.

 

Gli studi di Josefa proseguono a Madrid, nella Scuola Superiore di Magistero: una delle poche donne che in quell’inizio di secolo intraprendevano studi superiori. Anche qui è ospite di parenti, è fra gli allievi più brillanti, divide il suo tempo fra lo studio, la presenza in casa e le visite del fidanzato. Bisogna dire che questo Istituto di Madrid era considerato molto serio e all’avanguardia come metodi educativi; in realtà era però laicista e mirava a cancellare la fede nei suoi studenti. Josefa ne esce con un’ottima preparazione e con la sua fede intatta. Ha poco più di 22 anni quando rientra a Jaén, ormai pronta ad esercitare la professione.

Ma qui avviene una svolta imprevista della sua vita: è la seconda fase. Incontra un sacerdote eccezionale, divorato da un ideale. Sta operando in vari modi nel campo della cultura e dell’educazione, persuaso che per questa strada si potrà elevare, salvare, evangelizzare il popolo. Adesso, tornato da poco nella sua nativa Andalusia, ha aperto un‘Accademia per la preparazione di futuri insegnanti anche lì a Jaén e ne offre la direzione a Josefa. Lei accetta e mette a disposizione di questa nascente opera tutta la sua grazia e la sua preparazione. L’ambiente che si crea nell’Accademia è molto bello: studio, sperimentazione, ma anche gioia, freschezza, espansione, spirito di famiglia e di fede. Questi sono i pilastri della pedagogia di San Pedro Poveda. Sembra del tutto congeniale a Josefa. A poco a poco l’orientamento dalla sua vita si modifica: ha incontrato quell’Amore che chiede una risposta di amore incondizionato. Risponde, abbandonando progetti di matrimonio e donandosi con un "fiat" definitivo ai piani di Dio su di lei.

 

Gli anni 1915 e 16 sono densi di avvenimenti: Josefa esercita la professione di ispettrice per l’istruzione di base in tutta la provincia e si fa conoscere in molti ambienti. E’ apprezzata, anche amata dalle maestre, che non si sentono mai giudicate da lei, ma sempre incoraggiate con simpatia, aiutate, spinte verso altri traguardi. Il centro della sua attenzione è la persona, quella dei maestri e quella degli allievi. Sono state raccolte varie testimonianze della sua professionalità, del suo esempio, della sua carica di amore e di fede.

D’altra parte, vi è un impegno che urge sempre di più: è l’Opera del Poveda, che si sviluppa, si consolida, richiede da lei una dedicazione sempre più assorbente. Josefa deve scegliere e decide di dare le dimissioni dal suo posto di Ispettrice. Gli avvenimenti incalzano, il Fondatore le affida sempre nuove responsabilità. Stila gli Statuti dell’Istituzione Teresiana, che ricevono un’approvazione diocesana nel 1917. Mira ad un’approvazione pontificia e nel 24 la ottiene: non sarà lui a recarsi a Roma per questo passo di così grande importanza, ma vi manderà Josefa, insieme ad altre due compagne.

 

Poco prima di quella data Padre Poveda, in occasione del compleanno di lei, le scrive una lettera di grande importanza, in cui traccia il suo profilo spirituale e termina dicendo: "Dichiaro che in te è incarnato lo spirito dell’Istituzione Teresiana".

 

Nel 33 è di nuovo a Roma: intreccia conoscenze, pone le basi della fondazione che avverrà l’anno seguente, visita luoghi cristiani e luoghi di grande interesse culturale. Dimostra un dinamismo e una vitalità eccezionali; riesce ad essere immersa nella realtà esterna, senza pregiudizio della sua profonda vita interiore, della sua serenità, della sua pace. E’ la sua forte, grandissima fede, luminosa, diceva lei. Neppure la sua salute fragile la rallentava, nè la spaventava.

Gli anni passano, la guerra civile fa stragi. Padre Poveda è a Madrid, dove ormai ci sono centri fiorenti. E’ in pericolo, ma non vuole lasciare sole le persone che sono con lui, esposte allo stesso pericolo, anzi le guida a vivere quei momenti conservando non solo la loro fede, ma anche l’amore cristiano per tutti, per i nemici, come insegna Gesù. Josefa invece è nel nord, fuori della zona pericolosa. E’ priva di notizie. La notizia dell’uccisione del Padre le arriva con un mese di ritardo.

E questo è l’inizio della terza fase della sua vita. Nel dolore più profondo, ma nella luce della fede, col coraggio che Dio le infonde, raccoglie alcune compagne e insieme decidono, in mezzo a quelle rovine orribili della guerra: "Continueremo l’Opera". Josefa sa che tocca a lei e che nessuno prenderà il posto del Fondatore. Preghiera, santità, fede, coraggio, fiducia, azione. E l’Istituzione rifiorisce. Finita la guerra, si verifica un’espansione rapida e un nuovo approfondimento del pensiero del Fondatore.

La salute della Segovia diventa sempre più precaria. Si impone un’operazione chirurgica: non è sicuro che la sopporti, ma non è possibile evitarla. Fa in tempo a fare la sua testimonianza al processo di canonizzazione del Fondatore, poi decide la data dell’intervento: sarà il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione di Maria e dell’Incarnazione del Verbo in lei. Con loro lei pronuncerà il suo sì. Scrive un suo semplicissimo e sublime testamento, sistema ogni cosa, traccia sul foglietto del calendario che porta la data di quel giorno, in grande, una sola parola: Fiat.

 

Pochi giorni dopo l’intervento muore per un’embolia. E’ il 29 marzo 1957.

 

Maria Cimino

 

 

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