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Una maestra eccezionale Maria Cimino Era forse ancora un'adolescente, quando Victoria cominciò a nutrire ideali altissimi, aureolati di eroismo, come essere missionaria in terre lontane ed inospitali. Non pensava affatto ad essere maestra. Che cos'ha di eroico il "mestiere" paziente e sconosciuto di maestra? Ma c'erano i genitori che erano di altro avviso e avevano
pensato, senza porsi troppi problemi, che le loro Ma gli ideali che Dio mette nel cuore non si possono spegnere. In momenti cosi pieni di incertezza, quando un adolescente o un giovane sente in sé richiami apparentemente tanto contraddittori e inconciliabili, diventa decisiva la parola di qualcuno che, in quel momento, vede più chiaro di lui. Nel caso di Victoria fu il suo direttore spirituale, il padre Garriga. Egli le consigliò di non opporsi alla volontà dei genitori, di frequentare il Magistrale, diventare maestra ed esercitare l'apostolato che sognava, attraverso la professione. La sera dell'incontro Dopo l'indicazione ricevuta dal P. Garriga, mise tutto il suo impegno
nello studio al Magistrale e in seguito, Per Victoria fu una rivelazione: così doveva essere maestra lei, e al più presto, e bene imbevuta della pedagogia di quel prete santo, Pedro Poveda, che apriva Accademie dappertutto, per preparare studenti e maestri. Era semplice quella pedagogia, e insieme profonda: spirito di famiglia, di espansione, di gioia, di apertura fiduciosa deg1i alunni verso i loro insegnanti. Fede profonda, amore gratuito. Nessun personalismo nell'educatore, ma personalità forte e dolce. Amore, espansione, gioia In un piccolo libro intitolato "Consigli alle professoresse e alle alunne della prima Accademia Teresiana", il Fondatore aveva scritto: "La vostra prima sollecitudine sarà di mettere Dio nel cuore delle vostre alunne... L'espansione, lo sviluppo di tutto l'essere delle vostre educande, sarà ordinato, armonioso e comp1eto, se Dio vive nei loro cuori... Nelle vostre Accademie le professoresse devono amare, in Dio e per Iddio, profondamente le loro discepole e queste devono amare le loro professoresse; le alunne dovranno amarsi fra loro come sorelle. Allora, quando ciò avverrà, la vostra casa sarà un paradiso ... Quanto si progredisce con l'amore! E quando l'amore manca, tutto è difficile, tutto freddo, tutto arido. E quando le energie che dovremmo impiegare nell'amore si utilizzano nell'invidia e nei peccati che nascono dalla mancanza di amore, tutto diventa desolazione e rovina. Vi liberi il Signore dalla mancanza di amore. Tenete lontano dalla vostra accademia le moine, le reticenze,
la falsità e tutto il corteggio di peccatucci che l'ipocrisia porta con sé
... Si dovrà far sì che ogni discepolo renda tutto ciò di cui è
capace; non è facile riuscirvi se non gli si concede espansione. ... La gioia rende breve il tempo; gli studi e la disciplina con la gioia diventano più leggeri, più facile la vita, amabili le persone, simpatica e attraente la virtù ...". Era proprio questa la pedagogia messa in pratica in quella Accademia, dove Victoria visse giorni indimenticabili, di gioia, di scoperte, di impegno, di apertura a rapporti fiduciosi e lieti. L'unico modello Un'altra cosa molto importante aveva detto il Fondatore: "l'unico modello è Gesù Cristo". L'Opera stessa, l'Istituzione Teresiana, "è" Gesù Cristo: "lui è l'ispiratore, il sostegno, la vita, il modello, la teoria, la pratica, il sistema, il metodo, il procedimento, la regola, le costituzioni, tutto insomma". E' una frase che allarga il cuore: non è necessario "copiare" nessuna persona santa e brava, perché l'unico modello è Gesù Cristo; in lui ognuno scopre se stesso, sviluppa le doti che ha ricevuto, le mette al servizio della missione. Così avviene che tutte le persone formate nell'I.T. possiedono uno spirito comune, ma non sono fatte con lo stampino. La stessa cosa si può dire dei maestri formati nelle Accademie: hanno in comune la passione di educare e insegnare, i principi pedagogici assimilati, ma ogni maestro ha un suo modo peculiare di attuare ciò. Maestra singolare Victoria è stata certamente una maestra dai tratti molto
caratteristici. Potremmo sintetizzarli cosi: passione, lavoro instancabile,
attenzione delicata ai più poveri, azione su più fronti, capacità di
coinvolgere e formare altri e poi delegare con fiducia, amorevole azione per
condurre piano piano tutti a Dio, a Gesù Eucaristia, attraverso la dolce strada
di Maria, didattica creativa e insieme semplice e immediata, che riesce a
superare la scarsità di risorse della scuola del suo tempo, spesso mediante
l'impiego delle doti artistiche da lei possedute. Questi tratti emersero già
nella prova pratica del suo concorso magistrale, da lei superato brillantemente. Poco tempo dopo arrivò la sua prima destinazione di maestra: Cheles, paesino sperduto dell'Estremadura, lontanissimo dalla sua Siviglia. Per motivi vari dovette restarvi solo per un anno, eppure questo breve periodo fu sufficiente perché lei influisse notevolmente su quei bambini abituati alla strada e alle botte, e su tutto quel paese scristianizzato. Con una delle sue tipiche trovate, si inventò la "Madonna La seconda destinazione di Victoria fu Hornachuelos, non lontano da Cordova e quindi paese andaluso, come la sua Siviglia, ma non in pianura, bensì nella Sierra Morena. Qui lei rimase fino alla morte, dal 1928 al 1936. Una scuoletta disadorna, fredda d'inverno, con tanti bambini per lo più poveri; un'aula al pianterreno - né vi erano altri piani sopra - con un po' di terreno davanti. Nessun sussidio didattico. Se vi entriamo, notiamo subito che sullo zoccolo, alto circa un metro, che corre lungo le pareti, ci sono due precisi disegni geografici: la Penisola Iberica, territorio fisico e politico. E' stupefacente l'accuratezza del tratto: come avrà fatto Victoria a dipingerli così in basso, dal pavimento in su? Le risorse di una maestra che ha il dovere di insegnare bene. Il resto sono testimonianze di altri, racconti di Victoria stessa nelle sue lettere confidenziali. Ad esempio, quando faceva freddo, la sua mamma, che abitava con lei a Hornachuelos, le mandava un braciere acceso; ma vi si scaldavano i bambini più infreddoliti, non lei. Alla sua figliola, tanto fragile come salute, la mamma mandava lo zabaione; e Ma i bambini hanno bisogno anche di bellezza, ed ecco Victoria zappettare il piccolo terreno davanti alla scuola e farlo diventare un'aiuola fiorita. Altre cose importanti bisognava ottenerle dal Comune o da altri enti, e allora la maestra andava a bussare a tutte le porte. Infine c'erano operaie che avevano bisogno di istruzione; di sera Victoria teneva lezione a loro. Insomma, a poco a poco, diventò "la maestra" di Hornachuelos. Infine c'era la parrocchia, la collaborazione col parroco: catechismo, sostegno alle associazioni, prima le Figlie di Maria, poi - seguendo le indicazioni della pastorale più adatta ai tempi - la fondazione, nella parrocchia, della Gioventù femminile di Azione Cattolica. Pare che questa sia stata la goccia che fece traboccare il vaso dell'odio dei nemici di Dio e li convinse a farla fuori. Fra l'altro, Victoria sgusciava come un'anguilla: le tolsero il Crocifisso dall'aula e lei lo ritirò dicendo che era sua proprietà personale e così ne evitò la profanazione. Le proibirono di fare il catechismo, ma lei aveva già preparato sua madre a farlo: lei non lo insegnò più, ma si limitò a pregare silenziosamente davanti al Tabernacolo durante tutta la lezioncina. Gli "altri" organizzavano una festa di carnevale tutta profana, e lei ne organizzava un'altra, in contemporanea: le ragazze andavano da lei, che si divertiva pure, con loro, e danzava graziosamente le "sivigliane", con le sue nacchere, la sua gonna larga, i suoi tacchetti. Basta: credo che sia questo il ritratto di Victoria maestra: una maestra appassionata, convinta del suo compito, spesso scoraggiata, ma pronta sempre a ricominciare, a fare il suo dovere con amore e più del suo dovere, presaga già con molto anticipo di quella che sarebbe stata la sua fine. Ma "non c'è amore più grande che dare la vita per i propri amici" aveva detto il suo Maestro, nell'ultima notte della sua vita terrena. Da Insieme Notizie Anno 2004, n.2 |
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